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Caso Elena Ceste: la nostra intervista al team della difesa

Il caso Elena Ceste ha suscitato un vasto interesse nell’opinione pubblica, nonostante Michele Buoninconti sia stato condannato in via definitiva a 30 anni di carcere per l’omicidio della moglie, il team della difesa sta cercando di ottenere una revisione del processo. Abbiamo voluto fare qualche domanda alla criminologa Anna Vagli ed al Dottor Eugenio d’Orio:

Dottoressa Vagli, ripercorriamo la vicenda: era il 24 gennaio del 2014 ed Elena Ceste scomparve nel nulla. I resti vennero trovati a 10 mesi di distanza e si iniziò a parlare di omicidio premeditato, quali piste portarono a questa conclusione?

Parlare di piste è quasi grottesco. Purtroppo, le indagini all’epoca dei fatti furono svolte con estrema superficialità. Si è voluto definire il Sig. Buoninconti come marito ipertrofico, capace di esercitare un totale controllo sulla moglie e i figli. Questo è quanto scritto nei tre gradi di giudizio, che hanno identificato nella presunta ossessiva gelosia il movente dell’omicidio. Ma in realtà le cose stanno molto diversamente.

Il 20 novembre del 2019 ha scritto un pezzo dedicato a questo caso, evidenziando le sue perplessità sui fattori che hanno portato alla condanna del Buoninconti, può parlarcene?

Semplice. Nei tre gradi di giudizio, i medici legali di accusa e difesa sono stati concordi nell’affermare l’impossibilità di stabilire la causa di morte della Sig. ra Ceste. Il cadavere, infatti, ritrovato a mesi di distanza dalla sua scomparsa, non presentava fratture ossee evidenti per consentire una simile valutazione. Pur senza però alcun tipo di riscontro scientifico,  i consulenti hanno però ritenuto attribuire la causa di morte ad asfissia meccanica e, quindi, all’azione omicidiaria del mio assistito, il Sig. Michele Buoninconti. Nello specifico, i consulenti della Procura hanno messo nero su bianco “l’impossibilità di sostenere  altra ipotesi alternativa all’asfissia meccanica. Si dice, solitamente, che il “cadavere parli”. Nel caso di Elena Ceste ha suggerito l’impossibilità di ricondurre la causa del decesso ad assideramento ma anche alla matrice asfittica. Eppure il Sig. Buoninconti è stato condannato a 30 anni per l’omicidio della moglie. C’è un altro fatto gravissimo – che poi è quello che fonda il nostro attuale lavoro in sede di indagini difensive – costituito dalla mancata indagine del DNA. Le sembra coerente che – in un sistema che si professa garantista – in un caso di omicidio caratterizzato dall’impossibilità di stabilire scientificamente la causa di morte della vittima, non ci si sia preoccupati di rinvenire eventuali ulteriori profili genetici alternativi a quelli del marito? Un’idea poteva essere l’analisi degli abiti rinvenuti nel cortile adiacente alla villetta della famiglia Buoninconti, non trova? Per non parlare poi della superficialità con la quale si è concluso che il materiale rinvenuto sui pantaloni ed i collant repertati nel cortile è compatibile con quello del Rio Mersa. Peccato che, anche in questo caso, i consulenti di accusa e difesa sono stati concordi nell’affermare che l’esiguità del materiale anzidetto non consentiva risultati attendibili. Lo stesso giudice di primo grado si è preoccupato di precisare che tali accertamenti sono “ben lungi da rappresentare una prova dirimente..”

A seguito della richiesta di revisione della condanna di Michele Buoninconti, il Tribunale di Asti ha concesso l’accesso ad alcuni reperti, ma soltanto nella misura della ricognizione. Nonostante questo limite, avete riscontrato ulteriori elementi che potrebbero avvalorare la vostra tesi?

Le indagini di natura genetico-forense da noi richieste non sono altro che la fisiologica conseguenza dell’investigazione tradizionale. Scandagliato l’intero incartamento processuale, sono emersi lati oscuri della vita della Sig. ra Ceste, non debitamente tenuti in considerazioni durante lo svolgimento dei tre gradi di giudizio. Abbiamo così imboccato una precisa pista investigativa che, a nostro avviso, avrebbe potuto trovare “conferma scientifica” nella specifica attività richiesta. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

Durante la vostra attività di indagine difensiva, avete evidenziato come uno degli amanti della Ceste non avesse alcun alibi per la fascia oraria in cui la donna scomparve, ci può dire qualcosa di più?

Esattamente.  Ci siamo resi conto che un soggetto ha mentito diverse volte in sede di sommarie informazioni sulla mattina della scomparsa di Elena Ceste. In questo senso, l’intercettazione ambientale di cui lei parla dimostra come il soggetto in questione  fosse  impegnato a costruirsi un alibi. Al momento, di più non posso dirle.

Ultima domanda: a seguito di queste nuove indagini si potranno aprire nuovi scenari?

Stiamo lavorando per questo. Michele Buoninconti non ha ucciso sua moglie e faremo tutto quanto in nostro potere per dimostrarlo.


Dottor Eugenio D’Orio, in qualità di perito di biologia forense, ritiene che un’ulteriore analisi genetica sui vestiti di Elena Ceste sia fondamentale per la ricerca della verità?

Devo precisare preliminarmente che l’analisi genetica sui vestiti della Ceste non è mai stata eseguita nel corso delle indagini preliminari. Ciò è alquanto singolare, in quanto le vigenti prassi di investigazione biologica prevedono come uno dei primi passaggi proprio lo screening dei vestiti della vittima in quanto, su questi, verosimilmente vi sono le tracce delle ultime persone con cui questa è stata in contatto fisico (vedasi principio di Locard). Nello specifico, i vestiti della Ceste, acquisiti dalla PG nello stesso giorno della sua scomparsa, furono sottoposti a sole analisi del terriccio, ambito tecnico-scientifico questo che comunque può apportare poche informazioni al procedimento in quanto, dette analisi, non hanno la robustezza e l’accuratezza proprie invece degli esami genetico-forensi. Aver omesso, in toto, la ricerca di tracce biologiche su questi vestiti rappresenta una importante lacuna investigativa che ha condizionato tutto l’iter processuale. In altri termini, più elementari, è come se il processo si fosse sviluppato “monco”, ovvero privo di informazioni scientifiche potenzialmente molto importanti per la ricerca della verità e per la valutazione delle penali responsabilità dei singoli soggetti (ricordo che all’epoca dei fatti vi erano più sospettati, e poi fu notificato l’avviso di garanzia, mesi dopo, solo al Sig. Buoninconti, ma il tutto in assenza delle indagini genetiche). Svolgere dette analisi genetiche, da un lato, assicura che ogni fonte di prova utile alla ricerca della verità sia ben valutata, e dall’altro, potrebbe fornire dirimenti informazioni per la Giustizia; infatti se si dovessero trovare su quegli abiti profili genetici appartenenti a soggetti estranei al nucleo familiare Buoninconti/Ceste, magari appartenenti ad uno degli amanti della Ceste, questi potrebbero decisamente dare un nuovo corso a tutto il procedimento.
Specifico infine che è impossibile, per chiunque, prevedere se e quale tipo di DNA possa trovarsi su quei vestiti, tuttavia tale ricerca va fatta. In assenza di questa, il Giusto Processo, ex art. 111Cost., è assolutamente lontano da quanto il legislatore ha previsto nelle norme.

Ha parlato spesso dell’approccio americano alla revisione dei processi: cosa pensa a riguardo e cosa dovrebbe cambiare in italia?

Queste stesse richieste da me presentate, ovvero la richiesta di esaminare i reperti e svolgere analisi mai fatte in precedenza, desta scalpore in Italia – è una richiesta “insolita”, le prassi del nostro sistema quasi non sono “abituate” a tali richieste – ma va precisato che questa stessa richiesta è una mera prassi in America. Faccio presente che, proprio avvalendosi di questa metodologia (ossia la richiesta dei reperti da parte della difesa per lo svolgimento di analisi esplorative), le difese poste in essere dai colleghi americani hanno portato alla revisione di circa 400 casi passati in giudicato. Avete idea di cosa significa avere 400 persone innocenti in prigione, molte di questa condannate all’ergastolo, alla pena di morte (perché lì in alcuni stati è ancora vigente) o a decenni di reclusione?! In virtù dei dati provenienti dall’america è assolutamente necessario procedere con questa stessa metodologia che mira alla completa ricerca della verità, non mira, per forza, ad una revisione/assoluzione. In tal senso, il ruolo di noi tecnici-forensi è quello di assicurare e presentare alla Giustizia ogni elemento che può essere utile per addivenire, senza dubbio, alla verità dei fatti accaduti.

Oltre alla criminologa Anna Vagli e l’investigatore Davide Cannella, ha ampliato il suo team difensivo con il supporto dello psicologo forense, Sergio Caruso. Quanto è importante l’approccio multidisciplinare in questo processo?

L’approccio multidisciplinare è conditio sine qua non, specie per affrontare complessi casi come quello in oggetto. La somma delle competenze tecniche e professionali è il fattore che può fare la differenza, si parli di esercizio del pieno diritto alla difesa o si parli dello svolgimento delle indagini da parte della magistratura inquirente. Anche questo approccio è stato utilizzato inizialmente in america, e sempre lì, ha mostrato risultati importantissimi, numericamente ben apprezzabili se si dà un occhio alle statistiche. E’ bene dunque uniformarsi agli approccio metodologici e scientifici che risultano essere dimostrabilmente i più efficienti ed accurati per il supporto che offrono al sistema dell’Amministrazione della Giustizia.

Ringraziando la criminologa Anna Vagli ed il Dottor Eugenio d’Orio per l’intervista, vi terremo aggiornati sugli sviluppi di questa vicenda.

 

Alessio Romeo e Silvia Morreale

 

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