Blue Whale…il ritorno di un’ombra. Quella di Pippo.

Era 2017 quando in Italia si è iniziato a parlare di Blue Whale, la sfida social che spingeva i ragazzi ad affrontare cinquanta prove estreme in cinquanta giorni, fino al suicidio. Erano state decine le segnalazioni di casi sospetti arrivati alla Polizia postale, e altrettanti i messaggi di allerta inviati su WhatsApp, anche da parte di genitori preoccupati. Eppure la storia aveva molti punti non verificati, e altri impossibili da verificare.
 
Innanzitutto capiamo cos’è. È stato inopportunamente chiamato gioco e consisterebbe nel compiere una serie di gesti al limite, come ad esempio camminare sull’orlo dei binari, da immortalare e condividere online. L’ultima prova è togliersi la vita.
Si verrebbe ingaggiati tramite social network: Instagram, WhatsApp, Facebook, chat. Ad orchestrare le operazioni, quello che è stato definito “curatore”: sarebbe lui a guidare i ragazzi psicologicamente vulnerabili prova dopo prova, dopo averli convinti di possedere informazioni che possono far male alla loro famiglia. Chi partecipa alla sfida si provocherebbe, prima di tutto, dei tagli alle braccia e pubblicherebbe post contrassegnati dall’hashtag #f57.
 
A distanza di tre anni, negli ultimi giorni sta esplodendo in rete una nuova minaccia. Il mondo online ci richiama all’attenzione con un nuovo pericolo. Il suo nome è Jonathan Galindo.
 
Ma chi è questo uomo con il cappuccio? Esistono delle challenge, in italiano “sfide”, una sorta di prove crescenti che vengono richieste ad adolescenti e preadolescenti, fino ad arrivare all’ultima, terrificante, che è quella di togliersi la vita.
A Napoli, tre sere fa, un bambino di 11 anni si è suicidato buttandosi dal balcone di casa, temendo un uomo incappucciato.
Dietro il gesto è molto probabile, anche se gli inquirenti ancora non si sono pronunciati, che il suicidio del piccolo 11enne sia dovuto ad una di queste “prove”, e torna a rifiorire un losco, terrorizzante “figuro” di nome Jonathan Galindo. Ha le sembianze di Pippo con il volto deformato che provoca spavento. Si insinua sui social ed entra in contatto con ragazzini di età compresa dai 10 ai 14 anni.  E’ quindi lui che una volta accalappiato l’interesse dell’ignaro ragazzino comincia a sfidarlo in prove che sfociano nell’autolesionismo.
 
Nel caso in questione Tik Tok e Telegram sono quelli dove può avvenire il contatto perché sono anche i social più utilizzati dai minorenni. Gli arriva una richiesta di amicizia e dietro può nascondersi questa challenge,
 
Come possono i genitori monitorare i propri figli?
 
  • Devono essere attenti, controllare i cellulari dei figli e i dispositivi informatici che utilizzano, non lasciarli troppo tempo da soli sui social e a casa con abbonamenti flat pensando che tanto sono dentro quattro mura e nulla può succedergli. Poi possono controllare anche il fisico dei loro figli, se hanno tagli, se perdono troppo peso, se sono inappetenti, quelli sono già dei segnali che qualcosa non va.
  • va fatta attenzione anche ai giochi di ruolo, a tutto ciò che prevede una sfida da superare perché se si esagera si finisce male. Anche farsi selfie estremi è pericoloso, c’è chi si sporge dai terrazzi. Perfino la caccia ai Pokemon lo è, qualcuno è salito sui tetti per individuarli.

Questa storia di Jonathan Galindo potrà rivelarsi una bufala o una realtà, ma non è questo il vero scopo del mio articolo.
Dobbiamo aprire tutti gli occhi sui reali pericoli del web, perché lo stesso nasconde insidie di cui non abbiamo nessuna consapevolezza.
A tale proposito all’interno del sito troverete più articoli in cui spiego i pericoli dei social network e come poterli usare in maniera corretta. Invito tutti a leggerli.

 

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Dal 2010 opero come volontario della Protezione Civile dell’Associazione dei Carabinieri e dal 2014 sono in continuo aggiornamento sulle tematiche di Criminologia e Sicurezza Ambientale.
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